I Demoni del Ghiaccio – Estratto


Estratto de I Demoni dei Ghiacci, di Stefano Federici

 

I suoi passi erano veloci e leggeri. Così lievi da non intaccare la neve appena caduta. Attraversò il pendio correndo allo scoperto, poi si appiattì contro una roccia.

Ascoltò.

Annusò.

C’era solo il vento. Un lince. E l’aquila.

Nient’altro.

Una quiete selvaggia dominava le dune spazzate dal respiro ghiacciato dei Giganti addormentati. Ma non si fece nessuna illusione. Sapeva che lui era lì, da qualche parte, e che se l’avesse trovata non l’avrebbe neanche sentito arrivare. Sarebbe stato silenzioso e implacabile. Non avrebbe commesso errori. Apparteneva a una razza di cacciatori, i più astuti e spietati delle Terrefredde. E lei non era altro che la sua ultima preda.

Sta arrivando, pensò.

Le iridi trascolorarono virando dal grigio al celeste. Un celeste così intenso da sembrar quasi luminoso.

 

La bestia avanzò con l’accortezza del predatore. La neve posata di fresco non rivelava tracce, ma lei non doveva essere lontana.

Le narici umide diffusero sbuffi di condensa nell’aria gelida mentre l’odore della montagna gli riempì il naso, la bocca, il palato. Le sue papille sensibili analizzarono e separarono le essenze e i profumi, catalogandoli nel suo cervello da predatore.

Sentì solo il vento. Un lince. E l’aquila.

Nient’altro.

Non fu la vista e nemmeno l’olfatto a segnalargli il fremito trasportato dalla brezza siderale ma una percezione indistinta avvertita nella parte più intima del suo essere. Abbassò la testa allineandola alle spalle e i suoi occhi gialli, piccoli e feroci, si orientarono in direzione di un’area più a monte, dove enormi massi screziati punteggiavano il declivio.

La caccia era finita. Il resto sarebbe stato più facile.

Il tempo si fermò, lasciando il vento libero di sferzare un mondo congelato e muto. Soltanto la polvere bianca dell’ultima neve continuò a danzare al ritmo del respiro dei Giganti addormentati.

Poi la creatura della montagna ruppe la sua immobilità, si sollevò sulle zampe posteriori e cominciò a camminare. L’andatura animale divenne un ricordo. L’ambiguo miscuglio di dettagli incongrui suggerì forme quasi umane, ma l’inconcepibile somiglianza si limitò a un’orrida, aberrante contraffazione.

 

L’esile figura rotolò dietro la roccia e si appiattì contro di essa. Si guardò intorno senza riuscire a stabilire un contatto visivo con il suo inseguitore. Sapeva di non averlo seminato ma aveva guadagnato qualche secondo. E qualche secondo non era poco: era una possibilità.

Una striscia di cuoio larga quanto un palmo fasciata sulla bocca e legata al collo nascondeva i fumi del suo respiro nell’aria gelida. Il corpo sottile era coperto da più strati di pelli cucite con cura per non intralciare i movimenti. I guanti tagliati sulle ultime falangi e lo strato più esterno intorno agli arti erano di pelliccia di lepre bianca delle nevi. Due bracciali avvolgevano gli avambracci, sopra le maniche. Gli stivali, il corpetto e il copricapo erano di pelo di volpe artica. Solo la punta delle dita, la chioma bianca e i grandi occhi grigi dalla forma obliqua rimanevano esposti ai venti del nord.

Non ci si poteva sbagliare sulla sua vera natura. Gli uomini delle montagne avrebbero potuto confonderla con una driadyn o una elvendir. I più superstiziosi avrebbero giurato d’aver incontrato una yaga. Ma la somiglianza con gli strani esseri delle leggende non toglieva nulla al fatto che la piccola creatura indifesa fosse una ragazza. Una giovanissima donna in fuga.

 

Con la punta delle dita allontanò la striscia di pelle che le proteggeva il viso e annusò l’aria. Le orecchie si mossero come quelle di un animale. Colse il volo dell’aquila sopra di sé, avvertì il passaggio furtivo del lince cento passi più a valle. Poi riconobbe un palpito leggero provenire da un punto remoto del suo essere. Una vibrazione delle corde del suo istinto.

Sta arrivando.

Serrò i pugni incrociando le braccia al petto. Poi, con un unico gesto, le abbassò lungo i fianchi. Dai bracciali di cuoio, all’altezza dei polsi, spuntarono due lame di ossidiana nera.

Artigli da contrapporre ad altri artigli.

 

La ragazza scattò in avanti. Rapida. Come una freccia che scocca via dall’arco. Si lanciò verso l’alto e si avvitò in aria nell’attimo stesso in cui il predatore si abbatté sul suo nascondiglio. Un turbine di neve e ghiaccio si alzò avvolgendolo in una nube di pulviscolo cristallizzato. Sembrava uno spirito crudele evocato dalla montagna.

L’acrobazia della giovane donna si concluse poche yaar più in là, con una rotazione che la riportò con i piedi per terra e la faccia rivolta verso l’avversario.

Il mostro la sovrastava di un’intera misura, coprendola con la sua enorme ombra. La studiò come se stesse pregustando ciò che sarebbe accaduto da lì a poco, poi si curvò su se stesso, pronto a scatenare la potenza dei suoi muscoli, delle zanne e degli artigli. La pelliccia si rizzò, e dalla gola uscì un ringhio sommesso composto da un’unica nota bassa e continua.

La ragazza avrebbe potuto sfruttare la sua agilità cercando la salvezza nella fuga, ma non lo fece. Al contrario, si piegò in avanti flettendo le ginocchia e abbassò la mano sinistra tra un piede e l’altro. L’artiglio di ossidiana parve il prolungamento delle dita mediane e, quando la mano si chiuse a pugno, la punta della lama tracciò un sottile solco nella neve, quasi a voler segnare un confine invisibile e invalicabile tra sé e la bestia.

Squadrò il lupo gigante con uno sguardo privo di espressione. Nello stesso modo avrebbe potuto osservare una roccia coperta di neve o una nuvola di passaggio.

Senza abbassare gli occhi inclinò la testa. Prima a sinistra, poi a destra, come se dovesse sciogliere la tensione del collo e delle spalle. O forse era solo un’abitudine, qualcosa che aveva un significato solo per lei.

Sembrava che lo stesse aspettando.

Così, abbandonata ogni ragionevolezza, appena il demone dei ghiacci accennò un movimento, la preda si lanciò contro il predatore. Contro il suo smisurato avversario.

La zampa della bestia artigliò soltanto l’aria.

Aria fredda e sottile.

Limpida.

Impassibile.

Si staccò da terra e con un salto prodigioso, riuscì a penetrare le difese del gigante, quindi aprì le braccia. La lama di ossidiana disegnò un arco invisibile, ma l’altro fu altrettanto agile a scartare di lato. Il fendente lo accarezzò.

Lei era già fuori dalla sua portata quando una sottile linea rossa sulla pelliccia della bestia evidenziò il risultato dell’attacco. Una ferita superficiale, giusto un graffio. La reazione fu immediata. Le mascelle del demone si chiusero di scatto, con un suono secco, e la piccola preda sentì l’alito caldo del mostro sul collo. Ma le sue zanne assaggiarono, una volta di più, il sapore insipido del nulla.

 

Si mosse rapido, determinato come un assassino, ma lei anticipò ogni passo di quella danza mortale interpretando i più piccoli indizi: la contrazione di un muscolo, la frequenza del respiro, un insignificante cenno degli occhi.

Il combattimento continuò per un tempo così lungo da smentire ogni previsione. Il predatore e la preda vivevano nella quotidiana consuetudine della lotta per la vita ed entrambi erano padroni di quell’ambiente estremo e inospitale.

L’aquila e il lince seguivano lo scontro in un’immobilità interrotta soltanto da brevi e rapidi movimenti della testa.

Aspettavano.

Le evoluzioni letali non potevano durare all’infinito e, quando la stanchezza si fosse fatta sentire, il più forte avrebbe prevalso.

Doveva saperlo anche lei, perché divenne imprudente.

Ancora una volta tentò di raggiungere la gola del mostro.

Aveva già spiccato il balzo quando capì di essere in ritardo. Era stata troppo lenta. Appena un battito del cuore, ma troppo lenta…

Ruotò a mezz’aria su se stessa imprimendo tutte le sue energie nello sforzo della torsione e, all’ultimo istante, schivò gli artigli della bestia. Ma nella fase conclusiva del suo movimento, la zampa del gigante la toccò.

La sfiorò soltanto.

Fu come se la ragazza avesse urtato contro una montagna.

Cadde molte yaar più in là.

Si rialzò ansimando. Ogni parte del corpo era dolorante, ogni movimento le costava fatica e sofferenza e quando sputò sangue sulla neve, lui non perse tempo.

Così il lupo le corse incontro, e gli si lanciò addosso, nell’inevitabile, decisivo, ultimo assalto.

L’aquila e il lince attesero che lo sfarfallio della neve si posasse. Erano pronti ad assistere all’epilogo del combattimento, e quello fu ciò che videro.

Una piccola pressione delle zanne e la bestia avrebbe tranciato le carni della preda, ma nello stesso istante una lama di ossidiana sarebbe affondata nella gola del predatore.

Il nevischio finì di posarsi sui duellanti. Sembravano bloccati da un incantesimo dei ghiacci. Solamente il respiro affannoso tradiva la loro immobilità.


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