Il mito del graal


Il mito del graal

A cura di Maurizio Vicedomini

Non c’è dubbio che la parola graal riporti alla mente numerose teorie, richiami spirituali e religiosi, complottistici o letterari.

La faccenda è controversa, ma non così annodata come si possa pensare. Come prima cosa è necessario cancellare ogni riferimento cristianologico, sia di carattere più antico (il calice dell’ultima cena) sia quelli più moderni e infondati (il riferimento ne Il Codice da Vinci). Tutti questi miti, infatti, sono di certo posteriori all’invenzione del graal, e ne hanno solo favorito la divulgazione popolare.

Partiamo dall’etimologia: l’unica che abbia attendibilità linguistica vede

 il termine graal come derivazione dal latino gradalis, ovvero “graduale”. Nel latino volgare assunse il significato di scutella lata et aliquantulum prufunda, ovvero – per noi moderni – una sorta di piatto fondo.

Inutile specificare come l’etimologia de Il Codice da Vinci, ovvero che provenisse dal francese alto-medievale Sang Real è di sicuro fasulla, anche solo considerando che l’aggettivo “santo” è stato aggiunto almeno mezzo secolo dopo la prima citazione del graal.

Ho parlato di “citazione”, e non di “apparizione”. Questo perché – è bene specificarlo sin dall’inizio – il graal non esiste, non è mai esistito e non ha nulla a che vedere con quello che sappiamo oggi. Il graal era un piatto, perché la parola stessa indica un piatto, utilizzato da Chretien de Troyes nel suo ultimo romanzo, incompiuto, Perceval ou le conte du graal (Perceval o il racconto del graal). Quest’opera parla delle avventure di Perceval, un giovane di alti natali, ma di cui non sa nulla. Estraneo alla cavalleria e al mondo cortese, giungerà alla corte di Artù nel tentativo di diventare cavaliere. Le sue vicende cavalleresche e amorose lo porteranno alla corte del Re Pescatore, dove assisterà al corteo del graal.

Chretien de Troyes ci presenta la processione in maniera assai spirituale, da non confondere con ideali cattolici o cristianologici: invano i filologi cercheranno una figura maschile in cui riconoscere un prete durante il corteo. Seduto di fianco al re, Perceval assiste alla processione: prima viene un ragazzo che tiene una lancia bianca. Dalla sommità dell’arma sgorga una goccia di sangue, che scivola sull’asta fino alla mano del giovane. In quest’arma verrà vista – con interpretazioni cristiane – la lancia di Longino, ovvero quella che trafisse il costato di Gesù.

Dopo la lancia vengono due ragazzi con candelieri di oro puro. Con loro veniva una ragazza, che teneva fra le mani un graal. Questo riluceva più delle candele, generando un gran chiarore. A chiudere il corteo c’era un ultimo ragazzo con un tagliere d’argento.

Il graal viene così descritto:

3320 Le graal, qui aloit devant,  – Il graal, che andava avanti

3321 de fin or esmeré estoit;  – era di oro fine o puro;

3322 pierres precieuses avoit  – c’erano pietre preziose

3323 el grail de maintes menieres,  – nel graal di molti tipi,

3324 des plus riches et des plus chieres  – delle più belle e delle più rare

3325 qui an mer ne an terre soient;  – che ci fossero in mare e in terra;

3326 totes autres pierres valoient  – tutte le altre (non, N.d.T.) valevano

3327 celes del graal sanz dotance.  – quelle del graal senza dubbio.

Dunque, come si potrà notare, ogni oggetto presentato nel corteo ha una connotazione preziosa, a causa delle proprietà o della fattura, ma è un oggetto comune. Proprio come un piatto.

La scena si risolve in Perceval che – a causa dell’insegnamento ricevuto sul “non domandare troppo” – non chiede in onore di chi si tenesse il corteo, non spezzando quindi l’incanto funesto che vige sulla corte del Re Pescatore.

Cosa significhi in realtà il graal, e quindi che proprietà abbia all’interno del romanzo, non lo sapremo mai. Perceval – dopo aver saputo dell’errore che aveva commesso – giura di non fermarsi più di una notte sotto lo stesso tetto e di viaggiare fino a ritrovare il graal per porre rimedio alla sciocchezza fatta. Al contempo Galvano parte alla ricerca della lancia che sanguina.

Gran parte del romanzo, dopo questa scena, è proprio su Galvano e la sua cerca, mentre a Perceval viene dedicata solo una scenetta, in cui si dice che il graal serva a cibare un vecchio re del passato. Detto ciò il romanzo s’interrompe, incompleto, probabilmente per la morte dell’autore.

Proprio questa sua incompletezza è la base della fortuna riscontrata. Fra i romanzi di Chretien – fra i quali ricordiamo anche Lancelot ou le chavalier de la charette – è quello più copiato e divulgato, nonché continuato da una folta schiera di autori. Ricordiamo, senza dilungarci troppo, le continuazioni basate sul personaggio di Perceval di Wauchier de Denain (1190-1200), Manessier (1210-1230) e Gerbert de Montreuil (1230 ca). Già con quest’ultimo il graal si avvicina alla religione cristiana.

Ma la fortuna del Perceval, e del graal con esso, non termina qui. L’immaginario creato nel folclore ha permesso la riscrittura del romanzo da autori del XIII secolo. Ricordiamo Li livre dou graal di Robert de Boron, ormai a piena impronta cristianologica, che vede il graal come il vaso con cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù. Infatti l’opera è divisa in tre libri: Joseph, Merlin e Perceval, cercando di unificare storia della religione cristiana e immaginario arturiano.

L’opera che ha più di tutto influenzato la visione attuale del graal è di certo la cosiddetta Vulgata (nominata così in relazione alla Bibbia di San Girolamo), conosciuta anche come Lancelot en prose o Lancelot-Graal.

L’opera è una mastodontica fusione – scritta a più mani – della storia cristiana e di quella arturiana, sulla falsariga di ciò che aveva tentato di fare Robert de Boron. L’opera si divide in: Estoire del Saint Graal, Merlin, Lancelot, Queste del Saint Graal e Mort le roi Artù. Come si può notare, il graal ha preso l’aggettivo “santo”, legandosi indissolubilmente alla religione cristiana.

La Vulgata si propone infatti come storia del graal, non come storia di Perceval o di Artù. Il primo dei cinque libri mostra la “preistoria” del piatto – qui divenuto infine calice – ovvero con Giuseppe d’Arimatea e Gesù. Da notare che l’ambientazione è orientale, quindi non siamo più nell’Inghilterra del V secolo d.C.

Merlin lega la vicenda cristiana a quella arturiana, che confluirà nel Lancelot, il corpus centrale dell’opera. Qui si hanno le storie di Ginevra e Lancillotto, ma anche il seggio periglioso, il posto vacante alla tavola rotonda su cui siederà chi potrà riconquistare il graal. La quarta parte, ovvero la Queste del Saint Graal (La cerca del santo graal) vede i migliori cavalieri prendere parte alla ricerca, ma solo in tre potranno trovarlo: Galahad, Perceval e Bohort. Il primo accederà ai misteri e ottenerrà la rivelazione, ma ne morirà, mentre solo Bohort riuscirà a tornare sano e salvo alla corte di Artù. E, in un certo senso, la cerca del graal ha causato la dissoluzione del mondo arturiano: pochi cavalieri ritornano, e la coesione di una volta è andata perduta. Nella parte finale, Mort le roi Artù, c’è il complotto di Mordred ai danni di Lancillotto e Ginevra, la lunga lotta fra Artù e Lancillotto e, infine quella fra Artù e Mordred stesso.

Dopo aver specificato largamente le origini moderne del graal, vediamo di trovare le varianti. Prima di tutto: da dove esce fuori il graal di Chretien de Troyes? L’autore era certamente un poeta di talento, ma è ormai assodato che i suoi romanzi sono trascrizioni e rimaneggiamenti di Lais, ovvero racconti orali del folclore bretone. Chretien metteva quindi su carta storie che aveva sentito oralmente, ed è supposizione credibile pensare che anche il graal provenga da uno di questi racconti. In particolare il folclore è ben pieno di corni dell’abbondanza (a volte resi come calderoni), specialmente quelli indicati fra i tesori di britannia in Culhwch ac Olwen, un Lai contenuto nel Mabinogion.

A sua volta, il corno dell’abbondanza è testimonianza della mitologia norrena e del folclore irlandese. Da quale di questi due abbia attinto (se non da entrambi) non ci è dato sapere. Questo è il limite della filologia quando, purtroppo, ci si ritrova davanti tradizioni esclusivamente orali.

Ultimo appunto voglio riservarlo a un’altra tradizione, ovvero quella secondo cui il graal sia una pietra preziosa staccatasi dalla corona di Lucifero e caduta sulla terra durante lo scontro fra gli angeli.

Premesso già all’inizio che ogni riferimento di carattere cristianologico è successivo e dunque irrilevante, è utile analizzare questa tradizione per introdurre un altro autore, questa volta germanico. Si tratta di Kyot, probabilmente uno pseudonimo, che attaccava Chretien de Troyes, accusandolo di non aver raccontato la storia giusta.

Tale Kyot scrive una sua versione del romanzo del graal, chiamato Parzifal, da cui prenderà piede il personaggio di Parsifal moderno, e tutta la tradizione anche musicale, passando da Wagner ai Pooh.

Non sappiamo dove Kyot abbia sentito la storia, ma questo avvalora la tesi di un sostrato orale della leggenda. Questo mito, però, era di certo raccontato in francese antico, poiché – a causa della scarsa conoscenza del francese – Kyot traduce male e sostituisce il graal alle pietre preziose che lo adornano, facendo divenire l’oggetto stesso una gemma.

Tale errore sarà poi riconosciuto dai suoi continuatori, che si riallacceranno alla visione di graal come calice, pur raccontando la storia nella versione del poeta tedesco, rifacendosi alla storia resa nota da Wagner di Parsifal e Anfortas.

Dopo questo viaggio attraverso i secoli e le tradizioni, appare ovvio che il graal non ha nulla a che vedere con la religione. È un’invenzione tratta da folclore di sostrato, proprio come Excalibur era la spada Caledfwich nei racconti orali, che proviene anch’essa dai miti norreni.

3192 Si s’est de demander tenuz  Così si è trattenuto dal domandare

3193 comant cele chose avenoit,  – come avveniva quella cosa

3194 que del chasti li sovenoit  – perché si ricordava dell’insegnamento

3195 celui qui chevalier le fist,  – di colui che lo fece cavaliere,

3196 qui li anseigna et aprist  – che gli spiegò e gli insegnò

3197 que de trop parler se gardast;  – che si guardasse dal troppo parlare;

3198 si crient que, s’il demandast,  – così credeva che, se avesse domandato,

3199 qu’an li tornast a vilenie,  – gli sarebbe tornato come una villania,

3200 et por ce n’an demanda mie.  – e perciò non domandò nulla.

Testo in lingua d’oil tratto dal manoscritto P (BNF, Fr. 794) copiato intorno al 1230 dal copista Guiot, nella bottega di fronte alla cattedrale di Provins


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