Via con gli Spiriti – Principessa Mononoke


Via con gli Spiriti

Principessa Mononoke

Scilla Bonfiglioli

 

 

“A ogni tramonto del sole il dio assume le sembianze di

Colui che cammina nella notte.

Di giorno si muta in dio cervo.

Principessa Mononoke

 

 

 

 

Muovetevi piano e con attenzione.

Siamo nella foresta.

Sappiamo tutti che significa essere in una foresta, ne abbiamo già discusso. L’importante è che parliate a bassa voce e che facciate attenzione a dove mettete i piedi.

Questa è una foresta più magica delle altre.

È la dimora del dio che cammina di notte, uno spirito della vegetazione potentissimo. Si dice che sia un cervo dal volto umano e che possa dare la vita e la morte.

Teniamo gli occhi aperti.

 

Se siamo fortunati, incontreremo i kodama. Ecco, quelle minuscole creature che ci guidano lungo il sentiero, li vedete?

I kodama sono spiriti della natura tipici del folklore giapponese. Vivono tra gli alberi della foresta e ogni pianta ne ha più di uno, come se questi ne fossero figli.

Più l’albero è vecchio, più kodama vivranno tra i suoi rami.

Secondo la tradizione, vederli è di buon auspicio e significa che il luogo è vitale e pieno di energia positiva.

Sono assimilabili alle ninfe greche degli alberi, le driadi. Nel folklore mediterraneo ad ogni albero invece appartiene una sola ninfa che è per lui come una sorella. La vita dell’una dipende strettamente dalla sopravvivenza dell’altro.

Nella foresta siamo al sicuro.

È qui che vive la principessa Mononoke.

Può sembrare un nome, il suo, ma la verità è che mononoke significa “spirito vendicativo”. La ragazza che abita qui è la principessa degli spiriti vendicativi e sta per guidarli in una sanguinosa battaglia contro la città del ferro, al limitare della foresta.

Noi siamo arrivati proprio in tempo per la battaglia: quando si dice il tempismo.

Il nome della ragazza è San.

Fin da bambina è cresciuta tra i lupi. La sua storia somiglia a quella di Mowgli raccontata ne Il Libro della Giungla[1] da Rudyard Kipling[2].

San detesta gli esseri umani. Li considera violenti e distruttivi e non ha torto: la Citta del Ferro che sorge poco lontano da qui disbosca la foresta in cui stiamo camminando, uccidendo alberi, kodama, gli altri spiriti della vegetazione e gli animali che la abitano.

La ragazza si considera parte integrante della foresta. Detesta gli esseri umani quanto loro detestano lei e i lupi con cui vive.

 

Il lupo è considerato un animale di primo piano in quasi tutte le culture del mondo.

Da una parte rappresenta la forza senza controllo, la ferocia e la ferinità mostrata spesso nei contrasti con l’uomo. Il lupo si è guadagnato così una fama sinistra, di predatore che esce dal bosco per uccidere il bestiame nel migliore dei casi se non, nel peggiore, portare via uomini, donne e bambini. A questo archetipo maligno si rifanno le fiabe come Cappuccetto Rosso, I Tre Porcellini, Il Lupo e i Sette Capretti.

Ma anche leggende popolari di impianto più realistico come quelle sui licantropi o ancora come quella della bestia di Gévaudan, che si intreccia a fatti realmente accaduti: si racconta di una creatura che terrorizzò l’area centro meridionale della Francia tra il 1764 e il 1767 uccidendo e ferendo centinaia fra persone e animali. Se i suoi attacchi furono provati e documentati, non si è mai riusciti a chiarire definitivamente la natura dell’animale. La teoria più accreditata è che fosse un canide, un lupo di dimensioni più grosse del normale che cercava cibo al di fuori delle aree boschive.

Come al gatto, anche al lupo fu attribuita la capacità di essere uno psicopompo, ovvero una creatura in grado di traghettare le anime dal mondo dei vivi a quello dei morti e, se necessario, di riportarli indietro. Questa caratteristica gli fu conferita da tempi molto antichi: il lupo era l’animale sacro di Ade nella Grecia ellenica e del suo corrispettivo etrusco Aita. Cuccioli di lupo o di cane nero venivano sacrificati a queste divinità e ad Ares e a Artemis nelle loro sembianze di guerrieri e cacciatori, immolati quali tramite per i defunti che avrebbero perso la vita sul campo di battaglia.

Per queste sue caratteristiche il lupo ha avuto la fama di bestia del maligno durante il Medioevo cristiano, di personificazione di forza occulta quando non di incarnazione del diavolo stesso.

Al contempo però è un animale a cui viene attribuita una profonda saggezza: abbiamo visto in Nausicaä della Valle del Vento come la foresta sia il luogo dell’ignoto, del pericolo, ma anche dell’iniziazione magica.

Il lupo incarna questa stessa ambiguità: se da una parte è ferale e pericoloso, dall’altra è la saggia creatura che vive in branco in una società simile a quella umana e che cresce i suoi piccoli con grande tenerezza. Non solo i propri, ma anche i cuccioli d’uomo: la storia di Mowgli è basata su reali fatti di cronaca che videro un bambino crescere tra i lupi. Ancora, ricordiamo l’antica leggenda di Romolo e Remo.

Tra i pellerossa il lupo è simbolo di saggezza, di guida spirituale che porta la conoscenza.

 

Alla Città del Ferro giunge il principe Ashitaka a cavallo dello stambecco Yakul.

Per salvare il proprio villaggio dal dio cinghiale Nago, Ashitaka si vede costretto ad ucciderlo, attirando però su di sé una maledizione tremenda che condurrà il giovane alla morte in breve tempo, se non si interviene in fretta. Per trovare una soluzione, Ashitaka lascia il proprio villaggio.

Il cinghiale è simbolo di forza e potenza, ma in particolare si lega al potere sacerdotale sia nella cultura celtica che in quella ellenica. È simbolo, per sua stessa natura, del periodo in cui potere temporale e religioso erano strettamente connessi nella figura del sacerdote, quindi dell’autorità spirituale. Animale particolarmente sacro alla Dea Madre, si nutre di ghiande e vive vicino alle querce, che alla Dea sono molto vicine.
Rappresentava la vita nel suo stato incontrollabile e selvaggio, la forza divina non imbrigliata, creativa o distruttiva che fosse. Per la stessa ragione esso è simbolo di forza vitale, fertilità, prosperità e buona fortuna.

Essendo legato al divino, ma rappresentandone la parte selvaggia, incontrollabile e ctonia, il cinghiale vive a cavallo tra il sacro e l’impuro, soprattutto in Medi Oriente.
La sua carne non si poteva mangiare, se non in un giorno dell’anno, quando veniva sacrificato. Allo stesso modo nessuno nemmeno poteva toccarlo, altrimenti si sarebbe sporcato, reso impuro agli occhi degli dèi.
Questa stessa formulazione lascia spazio all’ambiguità.
Il suo sacrificio però non era volto a soddisfare il dio grazie alla morte di un animale disprezzato, bensì il maiale prendeva il posto del dio sull’altare.
La sovrapposizione mette l’animale in ben altra posizione, quella del tabù: il dio che non deve essere toccato, perché troppo potente, troppo luminoso, troppo abbacinante perché l’uomo possa sopportarne il contatto.
Con la sua esuberanza incontrollabile, il cinghiale è un dio della primavera, come il toro o il capro, che muore al tempo del raccolto.

La leggenda più famosa in proposito è quella di Adonis: sposo di Aphrodite alla corte di Cipro, il giovane viene ucciso durante la caccia dal cinghiale, animale che lo identifica. Ancora una volta si sovrappone il cacciatore alla preda, il dio al sacrificio, l’uomo all’animale.

Nelle culture mediterranee il cinghiale era associato alla morte, al lato ctonio della potenza della terra: questo per via del colore scuro del mantello e delle sue abitudini prevalentemente notturne.
La caccia di questo animale era particolarmente importante nel mito perché ucciderlo significava sconfiggere l’Oltretomba.
Nel mondo greco ellenico il cinghiale diviene quindi anche simbolo di forza virile, del coraggio che serve per cacciarlo e per affrontare la morte. La caccia al cinghiale veniva considerata come un’ottima palestra per i giovani che avrebbero dovuto combattere in guerra.
Gli etruschi lo ritenevano a contatto diretto con le divinità infere e il mondo ctonio e lo cacciavano con mastini feroci che utilizzavano anche per la caccia all’orso e con pantere, al suono del flauto. Vi si recavano di notte e al tramonto per avvicinarsi alle porte del mondo nascosto, o per tenerle chiuse.

In Medio Oriente il cinghiale, come il maiale, veniva considerato l’animale sacro e identificazione di Tammuz, (nome orientale che indicava quello che sarebbe diventato l’Adonis greco). Tra i celti veniva identificato con Lugh e nella mitologia norrena con il dio Frey.

Alla luce di questo fatto non è difficile investire di un tale potere virile il principe Ashitaka del film, che diventa egli stesso il cinghiale maledetto che impartisce l’anatema affinché il giovane si metta in cammino.
Con la nascita delle grandi religioni monotesite, Tammuz deve lasciare spazio al dio unico: le donne che si battono il petto sui templi per la sua morte sono considerate un sciocco retaggio di una religione e una cultura già arcaica, sebbene ancora viva nel tessuto sociale, e il cinghiale, non più attribuibile al divino, viene definitivamente gettato nell’abisso demoniaco dal bordo su cui camminava.
Con il cristianesimo raggiungerà i più bassi livelli dell’abisso, diventando il crogiolo delle caratteristiche più negative e diaboliche, simulacro stesso del diavolo sebbene la sua natura sia quella di un potente e lussureggiante dio della vegetazione.

Anche il cinghiale Nago del film è diviso tra la lucentezza del divino e l’abisso della maledizione: quando attacca il villaggio di Ashitaka, il cinghiale è fuori di sé, pieno di tenebra.

Da dio è divenuto demone.

La maledizione che con la propria morte lancia al principe è la stessa della quale lui è affetto: qualcosa di terribile ha avvelenato il suo animo.

Giunto tra gli uomini alla Città del Ferro, Ashitaka scopre che questo veleno terribile è l’odio. Esso fomenta la guerra tra gli uomini (che distruggono la foresta per vivere, per fabbricare armi, case e tecnologie dannose per l’ambiente) e gli spiriti della foresta resi feroci e malevoli dalla morte della foresta stessa.

 

Per salvare San, il principe viene ferito gravemente e la ragazza lo conduce attraverso gli alberi al centro della foresta, in un luogo sacro. Lì il principe morente incontrerà il dio della fertilità: colui che cammina di notte. Se il dio cervo lo vorrà, Ashitaka vivrà.

Con il cinghiale, il cervo condivide il ruolo di dio della fecondità, ma senza essere minacciato dal lato impuro che grava sul primo.

Il palco delle sue corna in particolare assume il significatp del rinnovo continuo della vita, dei ritmi di crescita, morte e rinascita.

I Celti lo pensavano come creatura sovrannaturale, che nemmeno appartenesse al retaggio delle creature di carne, bensì come una delle forme assunte dalle divinità. Il dio Cerunnos (letteralmente: colui che ha le cime del cranio come un cervo) viene rappresentato seduto e con le corna di cervo in testa, come se fossero l’irradiarsi della luce celeste del dio; ai suoi piedi il serpente che egli schiaccia, un nemico sconfitto. Nella traduzione mediterranea viene associato alla dea Artemis e sono cerbiatti gli animali che trainano il suo cocchio di cacciatrice bambina. Anche Apollo, fratello di Artemis, viene associato il cervo come animale che lo incarna, in qualità di dio di luce.

Il cervo entra presto anche nell’iconografia cristiana quale simbolo del Cristo che combatte e sconfigge il demonio, rappresentato dal serpente. L’iconografia è probabilmente ereditata dalla traduzione celtica che vede il cervo divino contrapporsi al serpente.

Nello shintoismo (dalle cui tradizioni sono presi a piene mani gli spiriti della natura in forma animale) i cervi sono considerati messaggeri degli dèi. Nel film di Miyazaki, il cervo dal volto umano rappresenta il re e il dio di tutti gli spiriti della natura, l’incarnazione della foresta stessa.

Incontrando il principe Ashitaka nel cuore del bosco sacro, il dio salva la vita del giovane.

 

Ormai la guerra è alle porte: gli spiriti della foresta si scontrano all’ultimo sangue contro gli abitanti della Città del Ferro, guidati dalla bella e pericolosa comandante Eboshi.

Ma la battaglia è più infida ancora: mentre Eboshi conduce il suo esercito verso la foresta, desiderosa di versare il sangue del dio cervo, la Città del Ferro viene a sua volta posta sotto assedio dalle armate dei Samurai, che vogliono sottometterla. Nonostante gli avvertimenti di Ashitaka, la comandante Eboshi continua la caccia al dio della foresta.

San intanto resta vittima di un secondo dio cinghiale, corroso dall’odio per gli esseri umani e mutato in demone a sua volta. La ragazza si salva solo grazie all’intervento combinato di Ashitaka e del dio cervo, che giunge a togliere la vita ai demoni e a ridarla ai morenti, attraverso il potere sacro dell’acqua e della terra.

Il primo tentativo di Eboshi di uccidere il dio fallisce quando il cervo muta il suo fucile in un fascio di germogli, ma il secondo trancia di netto la testa della creatura divina.

Il dio è dilaniato e la foresta appassisce, rovinando su se stessa.

I kodama cadono dagli alberi, inermi.

Il dio cervo è furioso, ormai, e cerca la propria testa: dalla foresta distrutta marcia sulla Città del Ferro e travolge senza distinzione assediati e assedianti.

Al principe non resta che portare via la piccola San ed Eboshi, che ha perso i sensi nel bosco. Alle proteste della mononoke, Ashitaka ribatte che non può più starle lontano, ormai, che lei sia una fanciulla umana o che sia un lupo: si è innamorato.

Ed è proprio il loro amore a salvarli, combattendo l’odio di colui che cammina di notte: insieme, sfidando la morte, rendono la testa al dio prima del sorgere del sole, che trova finalmente pace e risparmia i sopravvissuti.

Davanti agli occhi degli esseri umani atterriti, sulle rovine della città e della foresta subito germogliano nuovi fiori.

L’alba scopre San e Ashitaka abbracciati l’uno all’altro, nell’erba alta.

 

Il dio è morto ed è risorto, come Adonis sacrificato e ritornato dagli inferi. La sua morte ha aperto gli occhi agli uomini.

Adesso, per noi è tempo di andare.

Sempre che i kodama ci lascino passare.

 

 


[1] The Jungle Book, 1893-1894

[2] Joseph Rudyard Kipling (Bombay, 30 dicembre 1865 – Londra, 18 gennaio 1936) è stato uno scrittore e poeta britannico, nato in India e voce del colonialismo.


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