Via con gli Spiriti – Il mio vicino Totoro


Via con gli Spiriti

Il mio vicino Totoro

a cura Scilla Bonfiglioli

 

 

“Devi avere incontrato il custode della foresta.

Questo vuol dire che la buona sorte è con te.

Però non è possibile incontrarlo sempre

Il mio vicino Totoro

 

 

 

 

La strada è piena di buche.

Del resto è un vecchio sentiero di campagna che nessuno si è preso la briga di asfaltare.

Stringiamoci tutti sul furgoncino e speriamo di arrivare presto.

Stiamo accompagnando Satsuki e Mei, due sorelline di undici e quattro anni, che traslocano. Se ne vanno in un paese di campagna fuori Tokyo, insieme al loro papà che fa l’archeologo.

In questo modo sperano di restare più vicine alla loro mamma, ricoverata in ospedale.

Nel film non ci viene detto per cosa, ma Miyazaki scrive nel romanzo omonimo[1] che la donna soffre di tubercolosi. Il dettaglio è molto probabilmente autobiografico: anche la mamma del Maestro è stata malata di tubercolosi (la storia è ambientata negli anni Cinquanta, il periodo in cui il piccolo Hayao e suo fratello hanno vissuto la stessa esperienza delle sorelline Satsuki e Mei) e il regista ha più volte ribadito che per lui sarebbe stato fin troppo doloroso mettere due maschietti al posto delle due bambine.

Ma questi sono solo pettegolezzi di viaggio.

Fermiamoci qui, piuttosto, tra le risaie.

Vedete la casa? È vecchia, fatiscente. C’è il legno che cade.

Potrebbe sembrare il set di un film horror, ma guardatevi intorno: c’è il bosco, sereno; le bambine ridono; e un immenso albero di canfora proprio in mezzo al giardino infonde a tutto un’aria di protezione.

Entriamo. È tutto spoglio e buio. Ma a guardare bene si può trovare un regalo sul tatami dell’ingresso: una ghianda. Chi può averla portata?

Inoltrandoci nelle stanze più buie, incontriamo i primi spiriti.

Le palline di fuliggine vengono chiamati “i nerini del buio” o “corrifuliggine” dal loro nome giapponese susuwatari che significa letteralmente “fuliggine che viaggia”. Sono spiritelli domestici, personificazione della fuliggine dei camini, dei focolari. Oppure dei “gatti di polvere” (dust bunny, in inglese) i batuffoli che si formano nelle case, soprattutto di inverno, e scivolano sul pavimento fino a incastrarsi negli angoli o dietro le porte. Un altro nome giapponese che li indica è makkuro kurosuke, traducibile con “pecenera neraombra” in riferimento alla loro natura materiale, di polvere e fuliggine, e allo stesso tempo immateriale e spirituale.

Si dice che siano creature timide, silenziose, che infestino soprattutto le case abbandonate e la leggenda vuole che solo i bambini possano vederli.

Li vedremo anche più avanti nel nostro viaggio, ne sono sicura.

Per adesso, si alza il vento. E noi sappiamo già che quando il vento soffia, è perché sta per succedere qualcosa.

Giocando da sola in giardino, mentre il papà lavora e Satsuki è a scuola, la piccola Mei fa uno strano incontro. Seguendo due insolite creature simili a procioni, la bambina arriva sul limitare del bosco. Ormai conosciamo anche il bosco, non è vero? Non siamo  viandanti sprovveduti.

Mei si sporge oltre un albero cavo e cade in un buco, molto profondo, fin nella terra. È giocoforza fare un richiamo con Alice che trova il Paese delle Meraviglie[2].

Mei, però, è più fortunata di Alice: non cade in un mondo sconosciuto, ma sulla morbida pancia di una creatura enorme, tale e quale alle due che aveva inseguito in giardino se non per le dimensioni. Questa è immensa.

La bambina non sembra preoccupata: si fa adottare serenamente.

Al ritorno a casa è dura per lei spiegare a Satsuki e a papà che ha incontrato un Totoro.

Totoro è il nome che la piccola dà allo spirito che vede nel bosco, ma in realtà è il tentativo della bambina di pronunciare la parola giapponese tororu che identifica il troll e che Mei aveva visto illustrato nel suo libro di fiabe.

Il troll che ci presenta Miyazaki somiglia molto al tanuki, una figura del folklore giapponese più antico basata sul cane-procione, un animale originario dell’Estremo Oriente che pur somigliando al tasso o al procione europeo, appartiene alla famiglia dei canidi.

I tanuki sono figure maliziose e scherzose, abilissime nel travestimento e nell’arte di mutare forma. Tuttavia sono ingenui, dolci e spesso distratti.

Hanno testicoli enormi che rappresentano la fertilità e la forza vitale, attributo principale tra le sue caratteristiche, e spesso sono raffigurati mentre se li caricano sulla spalla, per non esserne impacciati. Possiedono inoltre una grossa pancia che usano come tamburo.

Il nostro amico Totoro, spesso fa la stessa cosa.

Non mancano storie di tanuki più sinistri, come quello che uccise a percosse una vecchia per poi servirla in una zuppa al marito inconsapevole, ma in linea di massima vengono raccontati come creature operose e non ostili. Secondo alcune tradizioni, molti sacerdoti erano in realtà tanuki travestiti, o mercanti che ingannavano negozianti umani usando le foglie fresche come denaro. O, ancora, che l’utilizzo delle foglie fosse parte integrante della modalità con cui mutassero aspetto (e il nostro Totoro si presenta spesso, infatti, con una foglia in testa). Secondo altre i tanuki sono incarnazioni di oggetti utilizzati per più di cento anni.

Dal momento che la pelle del cane-procione era utilizzata nella metallurgia per lucidare l’oro, l’animale e il suo corrispettivo leggendario furono associati alle miniere, alla lavorazione dei metalli e, per estensione, alla fortuna e alla prosperità.

Il kanji per tanuki indicava anticamente molti animali, senza distinzione, tra cui il gatto selvatico. Il Totoro di Miyazaki prende su di sé molte caratteristiche feline, infatti, adattandosi all’antico campo semantico della parola e alla tradizione folkloristica che spesso integrava diversi mammiferi nella figura del tanuki.

Totoro, in qualità di tanuki e di protagonista di una storia dolce di crescita e rinascita, è uno spirito della natura. Un genio agreste che porta il vento con la sua trottola magica che lo trasporta nel cielo, che richiama la pioggia, che fa crescere e maturare i frutti, quelli della terra quanto quelli dell’anima.

Tutto questo correre dietro agli spiriti della natura è faticoso.

Soprattutto se veniamo sorpresi dalla pioggia e noi viaggiatori siamo soli sul sentiero in mezzo alle risaie. Possiamo ripararci insieme a Satsuki e Mei, che tornano da scuola.

Le bambine hanno scelto un piccolo tempio al bordo della strada, alto poco più di loro.

In Giappone è tradizione costruire dei piccoli altari a lato della strada. Alcuni di essi sono vere e proprie case per gli spiriti della natura o dei defunti. Quello che le sorelle scelgono come riparo è un altare dedicato a Ojizousama (Jizo), una divinità protettrice dei bambini, delle donne e dei viaggiatori. Satsuki e Mei gli domandano il permesso di potersi fermare sotto il suo altare fino alla fine della pioggia. C’è caso che abbia un po’ di riguardo anche per noi, allora.

Mei scrive alla mamma malata. In un angolo della pagina disegna un piccolo granchio e in esso si identifica, mentre racconta alla madre dei semi che lei, Satsuki e il papà hanno piantato in giardino. Nonostante i semi siano stati regalati alle due bambine da Totoro in persona, giorno dopo giorno non hanno dato neppure un germoglio.

Mei fa riferimento al racconto popolare giapponese Saru Kani Gassen[3], in cui un granchio pianta un seme di kaki e tutti i giorni aspetta il germoglio.

Mei non sa che presto avrà dal suo Totoro una splendida sorpresa.

Ma non abbiamo più tempo per le favole. Adesso dobbiamo proseguire verso la fermata dell’autobus più vicina. Non è un mezzo pubblico normale quello che dovremo prendere.

Ci aspetta il nekobus (gatto-bus).

Satsuki e Mei l’avevano già incontrato aspettando il papà, di ritorno dall’università di Tokyo. Durante l’attesa, nella notte, il più grosso dei tre tanuki si era fermato ad attendere con loro fino all’arrivo di un mezzo di certo diverso da quello su cui doveva trovarsi il papà delle bimbe: un gatto così grosso da poter ospitare nel proprio corpo più persone in viaggio, proprio come un vero pullman, capace di muoversi velocemente non sulle ruote, ma a grandi balzi.

Non fate quella faccia, tra poco ci saliremo anche noi.

Del gatto, in Giappone, non si sapeva nulla fino all’importazione del felino dalla Cina, che giunse insieme agli allevatori di bachi da seta. Come nel resto del mondo, le storie e le leggende che girano attorno al gatto gli hanno attribuito anche in Giappone poteri sovrannaturali e la capacità di restare a cavallo tra i mondi: quello della materia e quello dello spirito, quello dei vivi e quello dei morti, quello del bene e quello del male.

Si dice, adesso come nel passato, che trattare bene un gatto randagio porti buona fortuna e allontani la cattiva sorte.

Nelle leggende giapponesi i gatti possono ottenere il potere magico di cambiare la propria forma se diventano vecchi abbastanza da diventare bakeneko (letteralmente, il gatto che cambia forma. Il termine bake viene indicato anche l’avatara di un dio o una sua incarnazione).

Il nekobus deve allora essere un gatto che ha visto un autobus e ne è rimasto così affascinato da mutarsi in esso. In qualità di gatto, possiede le qualità dell’animale: si sposta tra i mondi, è silenzioso e invisibile agli occhi di chi non è abituato a guardare oltre il mondo fisico, i suoi occhi vedono invece più di quelli di chiunque altro.

È esattamente quello che serve: con il papà lontano, Mei e Satsuki hanno ricevuto un telegramma dall’ospedale in cui è ricoverata la loro mamma, le cui condizioni sembrano essere peggiorate. La piccola Mei è scappata nella campagna per raggiungere l’ospedale con una pannocchia di mais da portare in dono. E non si trova più.

Dal momento che le ricerche degli abitanti del villaggio non bastano, dobbiamo dare una mano anche noi. Seguiamo i corri fuliggine, cerchiamo gli spiriti agresti, chiamiamo Totoro.

Chi meglio del suo nekobus per trovare la bambina?

L’interno del suo corpo è comodo, spazioso e soprattutto morbido, tutto foderato di pelliccia com’è. Una cabina con poltroncine e finestrini. È un ambiente accogliente che viaggia veloce e cerca bene.

Miyazaki, pare, si è ispirato allo Stregatto per creare il suo bakeneko. E quell’inquietante sorriso a falce di luna sembrerebbe dimostrarlo.

Troviamo la piccola Mei che il sole sta tramontando.

La vedete, laggiù?

Siede accanto a una fila di statue di Ojizousama. È il modo di Miyazaki per rassicurarci, per dirci che la bambina è stata al sicuro per tutto questo tempo, vegliata da questa divinità.

Tutti a bordo: la strada per l’ospedale è lunga, ma grazie al nekobus ci arriveremo in un attimo. Non disturbiamo la mamma delle piccole: sta bene, le sue condizioni sono aggravate solo da un raffreddore e parla col marito, di spalle alla finestra.

Non devono vederci.

Abbiamo appena il tempo di lasciare per lei una pannocchia di mais sul davanzale e dobbiamo proseguire. La strega Kiki ci aspetta.

Ma non temete. Il nekobus ci darà uno strappo fin là.


[1] Il mio vicino Totoro, Hayao Miyazaki e Tsugiko Kibo, Planet Manga Novels, 2002.

[2] Alice’s Adventure in Wonderland di Lewis Carroll, 1865.

[3] Traducibile in La battaglia del Granchio Scimmia.


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